È certo che chi ha un familiare di primo grado (madre o padre) che ha avuto una malattia cardiocerebrovascolare ha un rischio aumentato di incorrere nel medesimo evento, tanto più quanto più giovane si è ammalato il familiare.
È invece ancora oggetto di studio il peso della familiarità quando le malattie si presentano nei cosiddetti consanguinei collaterali (fratelli e sorelle, cugini e così via). Questo aspetto dell'ereditarietà delle malattie cardiovascolari è quindi controverso e non viene considerato generalmente nelle cosiddette carte del rischio, gli strumenti utilizzati dai medici per valutare il cosiddetto rischio globale, che oltre alla familiarità considera anche tutti gli altri fattori di rischio.
La difficoltà di valutare il peso della familiarità dipende principalmente dal fatto che diversi fattori di rischio cardiovascolare (l'obesità, l'ipertensione o il colesterolo alto, ad esempio) si ereditano anch'essi, seppure non sempre, dai genitori.
Non è possibile intervenire sul proprio profilo genetico per cambiare il rischio ereditario, ma sapere di avere una familiarità per queste malattie consente di "compensare" il rischio con uno stile di vita il più possibile sano (alimentazione corretta, attività fisica) e con controlli ravvicinati di pressione e colesterolemia, una volta raggiunta l'età a rischio (in genere a partire dai 40 anni per gli uomini e dopo la menopausa per le donne).