Francesco: voglio essere Francesca

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Francesco: voglio essere Francesca

Aveva fissato il volo per Casablanca da tre mesi. Non era solo, ci sarebbero andati in quattro. Certe avventure si affrontano meglio in gruppo. Sua madre non sapeva nulla, le madri si accorgono di molte cose nei figli degli altri, mai dei propri. Viveva da solo da solo da qualche anno, aveva un lavoro in un ristorante, pesante, in piedi fino a tarda notte, ma gli dava da vivere. E aveva un compagno; non esattamente il compagno da tenere tutta la vita, ma comunque un compagno. Essere diverso era difficile, anche a Milano.

Faceva fatica, ma si sentiva felice. Soprattutto da quando aveva deciso di fare l’intervento. Ripensava ai sacrifici fatti negli ultimi mesi, per risparmiare il denaro necessario: lasciava entrare con un po’ di timore nei ricordi il viso di sua madre, dolce, apprensiva, sempre preoccupata per lui, che stesse bene, che non gli mancasse nulla. Non gli mancava nulla, solo un ultimo passo, per arrivare a essere quello che un destino ingiusto non gli aveva concesso: una donna, voleva essere una donna. Sarebbero finite le risatine oscene, insultanti, sciocche che lo accompagnavano per la strada, quando andava dai suoi, su al paese: anche per questo a sedici anni se ne era andato, a Milano, aria nuova, nessuno che ti conosce, si era sentito meglio, aveva trovato il giro giusto. Qualche sciocchezza, qualche serata particolare, qualche bicchiere di troppo, ma un grande senso di libertà. Aveva resistito alla cocaina, non ne aveva bisogno e ne aveva paura.

Sua madre. Era un grande cruccio, non l’avrebbe presa bene. Non si era nemmeno accorta che la sua barba era sparita, che la sua pelle era diventata più morbida, e la sua voce meno profonda. Non si era accorta di niente, nemmeno delle pillole che lui prendeva da qualche tempo: gliele avevano consigliate i suoi compagni di viaggio, le donne le usavano per non rimanere incinte, gli uomini per prepararsi a diventare donne. Non si torna indietro, da lì, è un passo per sempre. A meno che qualcuno, o qualcosa non ti fermi prima. Come era successo a lui. Adesso invece delle pillole di ormoni prendeva farmaci anticoagulanti. Si vede che doveva andare così. E prendeva pillole per combattere l’AIDS.

Il suo compagno lo aveva tradito anche in questo: sapeva, ma non aveva parlato. Aveva rovinato la sua vita, distrutto i suoi sogni, per leggerezza, per ignoranza. Che cosa avrebbe detto sua madre? La ruota della vita di solito si incaglia per un granello di sabbia, sulla sua era piombata una frana intera.

Era cominciato tutto in un attimo: un crampo, una morsa tenace gli aveva acchiappato il polpaccio, e non mollava. Un prezzo da pagare per la discoteca della sera prima? Acido lattico? Troppo forte, e non se ne andava. Gli dava fastidio la scarpa, come se fosse diventata piccola. Ma aveva ancora da fare, quattro tavoli da servire, poi si sarebbe potuto fermare. E ci mancava anche il catarro, e il dolore al fianco, un dolore sordo, lo aveva da tre giorni… Quella mattina il catarro aveva qualche striscia di sangue, forse aveva mal di gola e non se ne era accorto. La gamba pesava, sembrava zavorrata. A casa, spogliandosi, l’aveva guardata: brutta, gonfia, arrossata fin sopra il ginocchio. E il dolore al torace aumentava: l’ultima stiletta era stata cattiva, gli mancava il respiro, c’era qualcosa che non andava. Un’ora dopo era in ospedale.

Un medico si era occupato di lui: lo avevano infilato in una TAC, gli avevano messo sonde sul petto, fatto esami del sangue. Gli avevano infilato un catetere, e lo avevano portato in sala operatoria, lo avevano tagliato all’inguine, gli avevano piazzato una specie di cestello di metallo in una vena della pancia: erano diventati tutti matti all’improvviso, voleva scendere da quella giostra impazzita, aveva bisogno di respirare. Trombosi delle vene della gamba: e un pezzo di trombo si era staccato, era arrivato al cuore, e da qui era stato spinto nel polmone: embolia polmonare. Trombosi venosa profonda ed embolia polmonare. E siccome il trombo era molto grosso e friabile, per evitare che sparasse altri proiettili gli avevano piazzato un filtro a mezza strada, proprio nella vena cava: una specie di cestello che avrebbe fermato eventuali intrusi diretti al polmone. Per essere la prima volta che andava in ospedale aveva fatto le cose in grande. Lo aveva dovuto dire alla dottoressa. Agli altri no.

I medici maschi non sembravano pronti ad ascoltarlo, soprattutto sull’argomento; ma a quella lo aveva dovuto dire, non aveva scelta, glielo aveva chiesto lei. Le aveva spiegato che prendeva gli ormoni per prepararsi all’intervento, ne prendeva in quantità abbondante: lei aveva detto che poteva essere che quelle pillole avessero sbilanciato il suo sistema della coagulazione, che forse già di suo non era perfetto. Forse lo aveva ereditato così da suo padre, quel padre che non aveva mai conosciuto, scappato prima ancora che lui nascesse… Si chiamava mutazione Leiden del fattore V, pare che i fattori della coagulazione abbiano numero romano, dal primo al tredicesimo: a metà del suo sistema qualcosa non andava, c’era un fattore zoppo, lo avevano chiamato Leiden perché in quella città era stato scoperto. Ma non bastava. La faccia della dottoressa era verde, la volta prima gli era sembrata meglio: doveva dirgli qualcosa. L’aveva presa un po’ alla larga, raccontandogli storie di progresso della scienza, di farmaci straordinari, di novità a tamburo battente, praticamente ogni settimana un farmaco nuovo, una nuova possibilità, finché glielo aveva detto: AIDS è una parola breve, sembra un sussurro. HIV è più lunga da spiegare, più difficile da pronunciare. Era infetto. Aveva il virus HIV nel sangue, ma non era ancora malato davvero. Si poteva curare. Con qualche speranza in più di farcela, ogni settimana, ogni mese, con la ricerca che avanza: ecco che cosa volevano dire tutte quelle storie sui progressi della ricerca.

Era stato lui, quello con cui non avrebbe voluto invecchiare, ma che fino a quel momento era stato l’unico amore della sua vita. Credeva non lo sapesse, ma se ne era accorto: quando glielo aveva detto aveva fatto finta di guardare dalla finestra, non c’era niente da vedere e lui non stava piangendo. Niente più ormoni, tante pillole da prendere, qualche esame del sangue da fare: la gamba sgonfia, il respiro a posto. Una decisione importante, guardare avanti, la vita continua con le vesti che uno ha. Si sarebbe innamorato ancora. Fra qualche anno.

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